f.to 230×320, 58 pp

Introduzione – Era una notte buia e tempestosa … Sarebbe un bel inizio per raccontare di come nacque il Leonino. La frase, vado a memoria, appartiene a Bulwer Lytton e mi pare fu scritta in un racconto (non ricordo di chi) pubblicato nel 1820 o 1830. Comunque è stata poi replicata ovunque e dovunque. Scusate la divagazione.
Disabili.com è uno dei tanti siti web informativi e di intrattenimento dediti alle persone con disabilità. L’ho frequentato per anni più o meno assiduamente con il nickname Leon. L’area più frequentata era la sezione Amici del forum, uno spazio utilizzato prevalentemente a mo’ di chat e che, grazie ai contenuti vivaci e spigolosi, talvolta aspri, fungeva da traino per l’intero sito.
La vita associativa era un cocktail misto di litigiosità, polemiche, paradossi, parodie, contraddizioni, odi e passioni, antipatie e simpatie, permalosità e suscettibilità, amicizie fraterne e pettegolezzi … tutto all’insegna dell’uso-e-getta. Insomma uno spaccato, anzi uno spicchio, dei vizi e delle virtù umane in carrozzella.
Fu una folgorazione, o se volete, una intuizione: da questo umano bazar in carrozzella perché non coglierne la chiave ironica e satirica? Sarebbe una iniziativa senza precedenti: guardarci allo specchio e ridere di noi stessi, dei nostri atteggiamenti, dei nostri approcci, specialmente se si discostano anni luce da quelli solitamente tenuti fuori dalla porta di casa.
Così, in una notte buia e tempestosa, nacque il Leonino, un magazine digitale di una sola pagina dal temperamento decisamente perfido e irriverente. Ebbe così inizio l’avventura. Da quel preciso istante il Leonino cominciò a fotografare le pulsioni, gli umori e le inquietitudini, dei tanti Giulietta e Romeo, dei Caino e gli Abele, dei Robin Hood e delle Crudelia, che vivacizzavano disabili.com. La sezione Amici era l’arena nella quale si riversava, sotto forma di commenti e botta-e-risposta, il meglio e il peggio, come dicevo, dei vizi e delle virtù umane. Il Leonino, con un accorto, e talvolta perfido, collage, ne offriva il paradosso, la chiave ironica e una interpretazione alternativa (quest’ultima quasi sempre quella giusta).
Ma la satira e l’ironia evidentemente in ambienti particolari come disabili.com dove la soglia di sensibilità e di tolleranza sono rasoterra, spesso risulta essere indigesta, incompatibile. Tanto che, a causa di polemiche, dileggi e incursioni nel privato del curatore, si decise di calare il sipario e di scrivere la parola fine dopo un anno e mezzo circa di repliche.
Doveroso ricordare che il Leonino, conscio della natura, la vocazione e la tipologia del sito, s’era fissato dei limiti, dei paletti, entro i quali esprimersi liberamente. Ironia e satira infatti non hanno mai coinvolto né riguardato, direttamente e indirettamente, il privato delle persone, argomenti e temi delicati e persone con particolari ed evidenti patologie e/o sensibilità. Il Leonino insomma, si è nutrito solo e soltanto degli umori di una sola area del sito: la sezione Amici. Praticamente la disabilità in uno … spicchio. I contenuti, le citazioni, i commenti e le frasi, contenute ne il Leonino sono, punteggiatura compresa, fedeli a come sono state scritte dagli autori, dalle autrici. Ciò a dire che nulla di ciò riportato è stato alterato né modificato. Il Leonino, come si diceva all’inizio, ha solo offerto una diversa cornice, una diversa chiave di lettura.
Mi auguro e spero che il Leonino, facendosi, seppure indegnamente, portatore dei comuni canoni di tolleranza e di sensibilità oggi socialmente accettati, venga comunque ricordato come di un qualcosa di positivo, un qualcosa che ha voluto dimostrare, o almeno c’ha provato, che il mondo della disabilità, così come quello dei bipedi, o dei normodotati come dir si voglia, sa essere autoironico e sorridere dei propri pregi e difetti. Un mondo, insomma, nient’affatto grigio, triste, malinconico, rassegnato, come alcuni pregiudizi e/o luoghi comuni vogliono che sia. Questo, e non altri, era lo scopo de il Leonino. (Angelo Lubrano)

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f.to 130×210, 64 pp

Presentazione – «Angelo, come va? Mi dispiace, non posso aiutarti perché oramai non riesco più a leggere né a scrivere e sono anche un po’ sordo … comunque vieni prima possibile così ti racconto un po’ di cose e poi ci pensi tu!». «Nessun problema professore, stia tranquillo, magari le leggerò io i testi, poi mi dirà».
«Va bene (risatina) allora t’aspetto lunedì o martedì perché di domenica c’è sempre un po’ di confusione».
«D’accordo, mi organizzo e telefono per avvertirla del mio arrivo». E quel che ci siamo detti sabato pomeriggio. Gisio aveva ragione, infatti domenica nella residenza Pennacchio c’era confusione perché si preparava per il suo ultimo viaggio che l’avrebbe poi portato a destinazione: il paradiso. E il paradiso, si sa, non può aspettare, e infatti non ha aspettato: Edelgisio ci ha lasciati la mattina di domenica 9 agosto 2009.
Queste pagine dunque sono i suoi ultimi pensieri, i suoi ultimi stati d’animo, le sue ultime inquietudini, la sintesi di lunghe e intense chiacchierate telefoniche dalle quali ne percepivo gli umori, le tensioni. Pagine che sono un amaro j’accuse al genere umano, colpevole di aver sfrattato il Bene e dato diritto di cittadinanza al Male sul nostro pianeta. A scorrere la storia dell’umanità ‘il professore’ non aveva tutti i torti.
Rabbia, sofferenza, senso di impotenza, sete di giustizia, nostalgia, sono i sentimenti che Gisio esprime in questa sua ultima fatica, la cui lettura fa riflettere, specialmente quando si trova al ‘punto di non ritorno’ come amaramente racconta nell’articolo che segue (Che giustizia sia fatta!).
Il paradiso non può aspettare è un titolo che bene riflette il pensiero e la percezione che Gisio aveva del paradiso (in Il fiume, secondo volume, con voluta ironia, descrive la vita quotidiana delle anime, le attività quotidiane, i ruoli, i colori …) ed è una visione tanto paradossale da suscitare attenzione, curiosità. E chissà che Gisio, ora che vi abita, non trovi l’occasione per farci sapere se le sue teorie, le sue visioni, erano giuste e magari ci racconta pure del Grande Vecchio, figura da lui evocata più volte in altri suoi lavori. Cosa che non escluderei, non foss’altro per rendere ancora più granitica l’umana fede.
Gisio ha avuto, ed ha, molti meriti. Attraverso i suoi lavori, il suo vissuto e le sue esperienze, ci ha fatto rivivere e conoscere, seppure in minima parte, talvolta con una chiave di lettura decisamente inedita, le storie, gli episodi e gli eventi, gli usi, le tradizioni e i costumi, di una Formia e di una Itri – le cittadine dove ha trascorso gran parte della sua vita – poco noti ai più malgrado la fitta letteratura.
Così pure le origini e la storia della sua famiglia narrata in uno dei suoi più bei libri: La famiglia Pennacchio. Un lavoro da lui fortemente voluto per recuperare, seppure con le inevitabili e comprensibili lacune, la perdita del diario di famiglia, quello originale – in realtà una vera e propria biografia – andato distrutto durante il periodo bellico. La famiglia Pennacchio quindi, oggi, è l’unica biografia di una famiglia importante e che tanto ha significato per le comunità di Itri e di Formia.
Leggere le tante pagine di vita e di storie vissute che Gisio ci ha lasciato, scritte con una prosa immediata, talvolta cruda ma sincera, è come immergersi in una sorta di Mare della Vita: pagine talvolta ironiche e nostalgiche, tal’altre, come dicevo, tormentate, sofferte. Certo mai noiose, mai banali, mai ovvie. Malgrado i sentimenti di amicizia e di affetto, che pure avrebbero legittimato un che di confidenza, mi rivolgevo a Gisio con un più formale ‘professore’. Una forma che Gisio, dati i rapporti, riteneva superflua, eccessiva, ma che io mantenevo a testimonianza della mia stima per ciò che ha rappresentato, e rappresenta, per ciò che aveva dato, per ciò che aveva fatto, come mi sono sentito di dire in Caro Gisio. Lettera aperta a un protagonista (cfr. La legge è uguale per tutti?).
Gisio dunque ci ha lasciati. Mi mancherà. Come pure mi mancherà il non dovermi più preoccupare di dormire chiuso a chiave nella camera dove talvolta riposavo per impedirgli di tagliarmi i capelli tenuti a mo’ di coda di cavallo. Era certo che prima o poi ci sarebbe riuscito. Ora non potrà più farlo ma sono sicuro, sicurissimo, che non se ne avrà a male.
Termino rivolgendomi non più al ‘professore’ ma all’amico: grazie Gisio, grazie per avermi concesso il privilegio di farmi partecipe dei tuoi pensieri, dei tuoi stati d’animo, dei tuoi umori. Non poche volte li ho sentiti miei. Il mio rammarico, la mia tristezza, è che questa volta non ci sarai a ‘torturarmi’ con le modifiche, i ripensamenti, i rifacimenti, le aggiunte, le integrazioni, i tagli … ma non importa, dall’alto della tua nuova residenza di sicuro saprai guidarmi in questa ultima fatica. Così come volevi, così sarà. Ciao ‘professore’. (Angelo Lubrano)

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Il professor Edelgisio Pennacchio ci ha lasciati il 9 agosto all’età di quasi 96 anni mentre era in preparazione il suo ultimo lavoro. Alla famiglia giungano le mie più sentite condoglianze. Con il professore intrattenevo un rapporto che andava al di là della mera collaborazione ed era di reciproco affetto, simpatia e stima. Ritengo quindi doveroso rispettarne la volontà e di onorarne la memoria completando il lavoro che verrà presentato nel più breve tempo possibile.

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Si dice che «dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna» e sono convinto che vi sia un fondamento di verità anche se solitamente lo si dice per quei grandi personaggi che hanno segnato, fatto, la storia. Ma la vita ci ha insegnato che per essere ‘grandi’ non sempre è necessario arrivare a tanto, anzi, talvolta i grandi, quelli veri, non hanno né nome né cognome. Edelgisio Pennacchio, con la sua storia, il suo vissuto e le sue esperienze, con molta probabilità s’è guadagnato, con sacrifici e sofferenze, il diritto di essere annoverato fra i grandi uomini, quelli cioé che magari non avranno inciso nel corso della storia, ma comunque hanno segnato il corso della vita di persone, di intere famiglie, di comunità, talvolta fino a deciderne, in positivo, il destino. È certo però che da soli non si è né si diventa ‘grandi’ se non si ha a fianco chi abbia le capacità e le doti per condividerne il peso, la responsabilità, quindi c’è da credere per davvero che «dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna» e, per Edelgisio, questa donna ha un nome: Donna Vittoria, la compagna di sempre. Conobbi Donna Vittoria una domenica di giugno di qualche anno fa, a Itri, nella residenza estiva della famiglia.
Donna forte, risoluta, decisa, con tratti nobili, una di quelle donne che naturalmente sanno essere, e lo sono, eleganti e raffinate perfino nelle faccende di casa. E i suoi genitori devono averlo intuito fin dalla nascita se le diedero un nome appartenuto alle grandi donne della storia e della nobiltà: Vittoria. Come quella di Edelgisio, la vita di Vittoria è stata pressoché in salita, piena di disagi e sofferenze, e il periodo bellico l’ha resa ancor più ripida. Una vita di grosse responsabilità cominciata prestissimo perché sposa Edelgisio a soli 17 anni, una età oggi improbabile per un così grande impegno. Un matrimonio celebrato, visti i tempi e gli accadimenti di allora, in una cornice sì sincera ma che oggi apparirebbe ironica, divertente, con il cappellano che arriva in bicicletta e l’altare, si fa per dire, che spunta fuori da una piccola valigetta così come il coniglio dal cilindro di un mago.
Ma anche il ‘giorno dopo’ (del matrimonio) ha un che di originale, di unico, tanto che è stato proposto più volte in molti film sul neorealismo del dopoguerra: subito dopo essersi sposati, Edelgisio rientra in servizio e Vittoria ’si sistema’ in una camera in affitto arredata con un piccolo tavolo, un comò e il letto matrimoniale. La ’sala da bagno’ era composta da una bacinella e una brocca per lavarsi, e un gabinetto posto sul balcone. Un gabinetto tanto piccolo che le ginocchia uscivano dalla porta.
Ma Donna Vittoria, non volendo farsi mancare niente, non poteva certo privarsi del ‘piacere’ (si fa per dire) di viaggiare, incinta di sette mesi, in piedi su un camion di fortuna per raggiungere la madre a Sassari, così pure di partorire una splendida bambina – Leila – in solitudine, con la sola luce di una candela a olio. (Gisio arriverà dopo essere stato avvertito con un telegramma). Ironia a parte, che non vuole essere irrispettosa né sminuire gli stati d’animo, le sofferenze e i sacrifici di Donna Vittoria, mi domando quale sia stata l’intensità dei suoi pensieri e di come abbia vissuto quel periodo. Certamente immaginarli, presumerli, non è difficile ma è impossibile capirne ‘il peso’, l’intensità appunto, e di quanto abbiano potuto incidere nell’animo, nello spirito.
Finita la guerra, mentre Edelgisio si dedica alla ricostruzione e alla riorganizzazione del patrimonio di famiglia, delle proprietà e delle attività commerciali, Donna Vittoria assume il comando e le redini della famiglia e della casa tracciandone la gestione, il ritmo e l’organizzazione. Impegno decisamente gravoso viste le dimensioni della residenza che, in buona sostanza, sono pari a quelle di una normale azienda con tanto di personale di servizio, di dipendenti e delle relative famiglie. Ma se Donna Vittoria, da giovane, dimostrò già d’avere una notevole tempra e una forza d’animo fuori dal comune – pure necessarie per vivere e superare i disagi della guerra – è in età adulta che riesce a stupire tanto da far pensare, e non esagero affatto, che sia in realtà una giovinetta ‘travestita’ da adulta. Ed è difficile non crederlo visti il carico di impegni e di attività che oggi assolve con relativa disinvoltura. Edelgisio infatti, quando decise di ritirarsi in pensione (in realtà, essendo la memoria storica della famiglia, è impegnato come scrittore a che la storia della famiglia non vada dispersa e/o dimenticata) lasciò a Donna Vittoria la responsabilità e la gestione di tutte le attività commerciali della famiglia, oltre che la gestione e la conduzione della residenza di famiglia. Ciò basta e avanza per fare, oggi, di Donna Vittoria, una moderna donna manager tanto insostituibile da essere il perno intorno al quale gira la famiglia e, come dicevo, le sue attività e la gestione del patrimonio. Da attento osservatore quale mi vanto, forse presuntuosamente, di essere, m’è capitato più volte di osservare il volto di Donna Vittoria mentre fa gli onori di casa e/o adempie ai doveri di ospitalità: mai un cedimento, mai un segno di stanchezza, sempre sorridente anche quando magari non ne avrebbe voglia, mai un tono di voce fuori posto. Una donna d’altri tempi si direbbe. E io aggiungo «peccato ne siano rimaste poche». Forse. (Angelo Lubrano).

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In questo lavoro Edelgisio Pennacchio ricostruisce e rivive la storia e gli eventi della famiglia contenuti nel diario di famiglia – un vero e proprio ‘patrimonio’ di conoscenza oltre che culturale – andato distrutto durante la guerra. Una ‘impresa’ certamente ardua, impegnativa, ma, seppur con fatica e molto lavoro, realizzata grazie ai ricordi, alle emozioni e agli stati d’animo, rimasti scolpiti nel cuore e nello spirito dell’autore che tra l’altro è da sempre la memoria storica della famiglia. Un lavoro quindi sincero, vero, dove ogni pagina, ogni evento, riporta ciò che Edelgisio ha visto, ascoltato, provato e vissuto, sulla propria pelle. Momenti ed episodi, alcuni per certi versi divertenti e ironici, che fanno riflettere ve ne sono molti come, per esempio, i soldati che trovano riparo per la notte nei loculi di un cimitero, gli spaghetti messi in un cappello pur di poterli mangiare, i fogli dei quaderni sfogliati dagli spifferi del vento, gli stracci di cotone per difendersi dal freddo … insomma uno spaccato, seppur piccolo, di quel che era la realtà quotidiana della famiglia Pennacchio prima, durante e dopo, il periodo bellico. Questo lavoro forse offre solo un piccolo contributo a quel che era e rappresentava il diario originale, per decenni curato e aggiornato ogni giorno, tuttavia è un doveroso tributo ai ricordi, agli affetti, ai sentimenti e, malgrado tutto, alle nostalgie di quanti, della famiglia Pennacchio, hanno gioito e sofferto durante tutto il Novecento. Figure che non devono, né possono, essere dimenticate ma onorate con il ricordo di questo lavoro (Angelo Lubrano).

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La famiglia Pennacchio, di antiche e nobili origini, con i suoi sette figli – Roberto, Benito, Carlo, Emilio, Vittorio, Edelgisio e Giovanni – ha dato un notevole contributo durante il periodo bellico. Un periodo triste e drammatico che ha segnato profondamente le genti di Itri e di Formia e che è rimasto inciso nella memoria e nei cuori di chi è sopravvissuto. E molti, sicuramente troppi, sono stati i figli che hanno sacrificato la propria vita e reso orfane e distrutte intere famiglie che nel frattempo, lacerate dalla miseria e dalla distruzione, lottavano per sopravvivere fra le atrocità della guerra.
I fratelli Pennacchio hanno dato il loro contributo e hanno onorato il nostro Paese con il loro coraggio e le loro imprese, molte delle quali premiate e lodate. Sette fratelli, seppur lontani e divisi, uniti in un unico ideale, in un unico pensiero: fare la propria parte, il proprio dovere, offrire il proprio contributo. Ma essi, con le loro sofferenze e vicissitudini, non rappresentano né vogliono rappresentare solo se stessi ma, attraverso loro, ricordare anche e soprattutto le centinaia di migliaia di soldati italiani dispersi e che ancora oggi non hanno un nome sulla croce e di cui nessuno ne ha ricordo. Ai fratelli Pennacchio quindi il ricordo e la nostra più profonda gratitudine.(Angelo Lubrano)

italiachecrolla-1f.to 130×210, 128 pp.

«La Casta» di Stella e Rizzo è stato il primo di una serie di libri-inchiesta sul malcostume italiano che hanno messo sotto la lente d’ingrandimento diversi settori e categorie del paese come, per esempio, quella dei giornalisti, dei politici, dei banchieri, dei giornali di partito, dei baroni della medicina, e tante altre. In queste pagine Edelgisio Pennacchio ne fa la sintesi e offre anche alcuni interessanti spunti di riflessione, come per esempio sulla proprietà privata, e una chiave di lettura trascurata dai più, come la lettura del ‘sistema’ che regola, e in una certa misura indirizza, la vita di ogni cittadino. Raccontare e fare la cronologia del malcostume e della corruzione nei vari settori del paese – politica e economia su tutti – è un esercizio utile, non foss’altro per ricordarci che siamo capaci anche di indignarci, ma che non aiuta a capire né tantomeno stimolare quelle soluzioni che tutti sperano e auspicano. Diventa interessante quindi avere una idea, seppure approssimativa, di cosa è e di cosa è formato il nostro ‘sistema’, quali le aree di interesse, quali gli scopi e quale il destino. Nessuna pretesa quindi da parte dell’autore di essere portatore di chissà quale Verità Assoluta ma solo esprimere il suo pensiero con il conforto di altri contributi. Un pensiero, il suo, che tuttavia è condiviso dalla stragrande maggioranza silenziosa degli italiani. (Angelo Lubrano)

cumgranosalisf.to 130×210, 192 pp.

Di libri ‘uso e getta’ ve ne sono molti e hanno un solo scopo: distrarre la mente, prenderla per mano e allontanarla, seppure per un momento, dalle jatture del quotidiano vivere. In una certa misura questo genere di pubblicazioni potremmo definirle terapeutiche, rilassanti, o magari l’antidoto naturale, come diceva un noto spot televisivo, «contro il logorio della vita moderna».
Cum Grano Salis, pur appartenendo a questa pur nobile categoria di libri, dopo averlo magari ‘consumato’ tutto d’un fiato, ha il pregio di conservare nel tempo le sue virtù ‘rilassanti’. Il contenuto infatti – un collage fantasioso di pensieri, massime e aneddoti – malvolentieri si lascia ‘metabolizzare’ poiché le spigolature dei testi e i cambi repentini dei temi e degli argomenti stimolano e invogliano il lettore, la lettrice, alla ri-lettura. Cum Grano Salis insomma è come una medicina ma senza controindicazioni: può essere letto, come dicevo, tutto d’un fiato o preso a pillole. Per questa ragione, che è uno dei pregi, non vuole né pretende una mente attenta e concentrata. Che è poi quella che ogni persona ha quando, a sera, rientra a casa stanca e stressata, con la voglia di non pensare e di non fare niente se non cercare un po’ di tranquillità stando seduti in poltrona.
Queste pagine non sono nate per caso o per un capriccio ma per rispondere al preciso bisogno dell’autore, Edelgisio Pennacchio, di intervallare le sue opere di spessore con una (meritata) pausa di riposo, di ‘staccare la spina’ insomma da temi impegnativi, dallo stress quotidiano e dalle pressioni d’ogni tipo. Questo lavoro, in buona sostanza, regala un momento di ricreazione e di leggerezza alle tante persone costrette a fare della vita un mestiere, oggi diventato sempre più stressante e faticoso. (Angelo Lubrano)

imisteridelcreatof.to 130×210, 145 pp.

Nessun dubbio che il tema dell’ignoto e del creato appassioni tutti tanto che da sempre è fonte di ispirazione delle arti in genere, soprattutto visive, e della letteratura. Il soggetto più evocato e che intriga, inutile dirlo, è la figura del Grande Vecchio, il ‘creatore’, l’architetto dell’universo e della vita, sul quale filosofi e pensatori d’ogni tempo hanno tracciato percorsi e teorie, studi e analisi scientifiche. Bisogna ammettere che la scienza molte risposte le ha date, tuttavia ancora non è riuscita, e dubito riesca a farlo in futuro, a rispondere alla domanda sì più inquietante ma anche più affascinante: quale è l’origine del pensiero umano e l’energia che lo alimenta. La scienza infatti ci ha spiegato come è nata la vita, come si è formata e si è evoluta nei secoli, ma come si diceva si è fermata alla materia. E l’essere umano, lo sappiamo, non è fatto solo di materia. E allora perché non credere all’esistenza di un Grande Vecchio? O quantomeno a una sorta di ‘energia superiore’? Alle conoscenze umane di oggi ciò che è ignoto è fantascienza, ciò che non è scientificamente provato è fantasia. Eppure, come giustamente fa notare Edelgisio Pennacchio in queste pagine, molte fantasie oggi sono divenute realtà. E poi non possiamo dimenticare che l’ignoto segna in buona sostanza il confine, il limite, della conoscenza umana se non addirittura l’intelligenza stessa. Questa opera non è come le altre, non è né analitica né ha la presunzione di dare quelle risposte che fino ad ora nessuno è stato in grado di dare, né offre una visione intellettuale del tema. Edelgisio Pennacchio infatti va oltre poiché è ragionevolmente convinto dell’esistenza del Grande Vecchio. E ce lo racconta con una chiave di lettura per certi aspetti inedita, attraverso alcune riflessioni scritte, o per meglio dire pensate, in diversi momenti e con diversi stati d’animo. Riflessioni che ruotano intorno allo stesso concetto: ‘qualcuno’, con una forza, una energia a noi sconosciuta ma percepibile, guida l’intera umanità secondo un proprio disegno. Riflessioni, è bene precisarlo, scritte di getto e senza un ordine preciso né una cronologia logica. Ed è questa la novità di questo lavoro. (Angelo Lubrano)

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Questo lavoro non ha la pretesa di voler essere esaustivo, né ne aveva l’intenzione, poiché altri più autorevoli e approfonditi hanno già assolto, e assolvono, a questo compito. Abbiamo voluto solo fare una sintesi di ciò che l’archivistica è e rappresenta in Italia riportando alcuni pensieri di insigni archivisti che nel tempo ne hanno tracciato metodi di lavoro, tradizioni e consuetudini, ancora oggi in larga parte, specialmente nell’ambito delle istituzioni, in uso. Quindi uno sguardo fugace alla storia dell’archivistica, alla definizione stessa della espressione e al suo essere (anche e soprattutto) ‘bene culturale’.
L’ordinamento e la formazione di un archivio e la professione dell’archivista sono gli altri due temi che in questo lavoro, seppure sinteticamente, sono descritti. Riguardo la professione abbiamo sottolineato di quanto l’informatica l’abbia oggi modificata al punto da essere una professione decisamente più ambita rispetto al passato. Non a caso, infatti, sono molte le università, i centri studi e gli istituti culturali, che ogni anno tengono corsi di alto livello. Non potevamo poi ignorare il codice deontologico degli archivisti e un seppur breve glossario sintetico dei termini, due contributi che abbiamo ritenuto doveroso riportare. Così come anche la parte legislativa dell’archivistica italiana. Naturalmente, essendo molto corposa, ci siamo limitati a riportare integralmente solo quelle leggi e quelle delibere alle quali il mondo dell’archivistica fa riferimento. Questo lavoro, in buona sostanza, vuole essere solo un modesto contributo all’archivistica italiana e un memorandum per gli addetti. Ma riteniamo sia utile anche, e soprattutto, a chi, per la prima volta, si avvicina al mondo degli archivi. (Angelo Lubrano)

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